Economia e lavoro

Calzaturifici, in Puglia diminuiscono i produttori ma aumentano gli addetti

lunedì 17 febbraio 2020
La fotografia scattata dal Centro Studi Confindustria Moda per Assocalzaturifici. 

I calzaturifici e i produttori di parti di calzature in Puglia nel 2019 sono calate del -4,4% attestandosi a 479 mentre si registra una crescita degli addetti (+558). La fotografia del settore emerge dal report elaborato dal Centro Studi Confindustria Moda per Assocalzaturifici.

Sul fronte dell’export nei primi 9 mesi del 2019 l'incremento è del +5% e le prime tre destinazioni della Puglia per le esportazioni sono Francia (+53,8%), Germania (+10,8%), Svizzera (-19,3%).

 “Il record delle esportazioni italiane, che hanno superato i dieci miliardi di euro a valore grazie al traino delle griffe del lusso (come certifica il risultato, +27%, dei flussi diretti in Svizzera, tradizionale hub logistico distributivo delle stesse) viene smorzato da elementi poco rassicuranti – spiega Siro Badon, Presidente di Assocalzaturifici – Le flessioni in volume di export e produzione equivalgono di fatto ad un calo della manodopera, in uno scenario che vede il mercato interno in piena fase recessiva. A questo si aggiungono le forti incertezze per il 2020, con le conseguenze ancora tutte da valutare sull'economia mondiale dell’emergenza coronavirus, esplosa in una delle poche aree caratterizzate nell'ultimo decennio da crescite costanti per il nostro settore. In questa congiuntura non facile, il nostro comparto deve puntare sull’innovazione tecnologica e sulla formazione di nuove figure professionali per gestire il ricambio generazionale”

 Sul fronte dell’export nazionale, l’analisi dei principali mercati di sbocco esteri evidenzia trend inferiori alle attese in Russia (-15,3% in quantità nei primi 10 mesi) e negli altri paesi dell’ex blocco sovietico, con pesanti ripercussioni per i distretti tradizionalmente votati a quest’area; contrazioni non trascurabili per Germania (-9,3%, condizionata dal rallentamento dell’economia), Medio Oriente (-9,2%) e Giappone (-6,7%, pur con un +6,8% in valore). Risultati favorevoli invece in Francia, +6,4% in volume e +9,3% in valore; aumenti attorno al 10% in valore negli USA e in Cina, e di quasi il 20% in Sud Corea, che fa segnare l’ennesima crescita a doppia cifra.

Al netto dei flussi diretti in Svizzera e Francia – destinazioni privilegiate del terzismo per le griffe, che coprono assieme 1/3 delle vendite estero in valore – l’aumento registrato dall’export italiano di calzature nei primi 10 mesi si ridurrebbe però dal +7,1% al +2,6%, con una flessione attorno al -3% in volume.

Continua il trend negativo dei consumi interni, con gli acquisti delle famiglie che registrano di fatto un calo sia in quantità (-3,2%) che in spesa (-2,3%). Prezzi medi in aumento contenuto (+0,9%), a testimonianza dell’attenzione sempre elevata al fattore prezzo (più della metà degli acquisti complessivi sono effettuati in saldo/svendita).

 Benché il settore presenti un’elevata propensione all’export (l’85% circa di quanto prodotto nel nostro Paese viene venduto sui mercati esteri), la continua erosione dei consumi interni rappresenta una criticità rilevante, giacché comunque per le imprese nazionali l’Italia risulta il terzo mercato più importante per volumi destinati, dopo Francia e Germania, rivestendo un’importanza strategica. Regge solo il comparto delle scarpe sportive/sneakers, che fa segnare nel complesso un +0,7% in quantità e un +1,5% in spesa sul 2018 (con una tenuta delle sneakers e crescite attorno al 2% per le sportive). Sensibili contrazioni per le scarpe “classiche” per uomo (cali nell’ordine dell’8%, sia in volume che valore) e per donna (-5,2% in quantità, malgrado una tenuta per polacchetti e stivali alti). Più modesto – benché ugualmente caratterizzato da variazioni negative in pressoché tutte le tipologie – l’arretramento per il comparto bambini/ragazzi (attorno al 1,2%). Negativi anche i dati della pantofoleria (-4,3% le paia).  

Segnali delle tensioni occupazionali sopra descritte emergono anche dai dati INPS relativi alla Cassa Integrazione Guadagni. Le ore autorizzate nella filiera pelle nel corso del 2019 hanno sfiorato gli 8,3 milioni (+28% rispetto ai 6,5 milioni del 2018), dopo un biennio di significative contrazioni.

L’analisi per regione mostra incrementi diffusi, con l’eccezione (tra le aree più importanti per il comparto) di Toscana (-19%) e Puglia (-38%). Le Marche (+48%) sono la prima regione per numero di ore autorizzate (2,7 milioni, 1/3 del totale nazionale). Aumenti attorno all’80% per il Veneto e del 47% per la Campania.

 

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